60 anni dal disastro del Vajont: Mattarella visita i luoghi della tragedia

Ricordati i 1.910 morti del disastro. All'arrivo del Presidente della Repubblica i bimbi hanno sollevato dei cartelli con nomi coetanei morti
Redazione

 Un coro di 487 bambini ha sollevato in aria i nomi di altrettanti coetanei morti nel crollo della diga del Vajont, dedicando poi un canto di montagna in friulano, in ricordo delle vittime della sponda opposta travolta dall’onda di distruzione. E’ stato il commento più commovente della visita che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto compiere stamane al cimitero monumentale di Fortogna, nel bellunese, a 60 anni dalla tragedia.
Il Presidente ha deposto una corona e si è intrattenuto per qualche minuto con una rappresentanza dei 55 reduci, presenti con le loro famiglie, prima di dirigersi verso la diga. Ad accompagnarlo il Presidente del Veneto Luca Zaia e il sindaco di Longarone e Presidente della Provincia di Belluno Roberto Padrin.
Il cimitero di Fortogna nacque, di fatto, la mattina del 10 ottobre 1963 di fronte alla spianata livida di fango dove un tempo cresceva il granturco. Il cimitero originario contava 1.464 croci, di cui solamente 700 hanno un nome. L’attuale, visitato da Mattarella e inaugurato nel 2004, è un giardino su cui poggiano 1.910 cippi marmorei bianchi, uno per ogni vittima, a prescindere dal luogo del ritrovamento. 

IL DISCORSO

Siamo qui oggi, con il Presidente della Camera dei deputati, il Ministro che rappresenta il Governo, i Presidenti delle Regioni Friuli-Venezia Giulia e Veneto, i Sindaci di Longarone, Erto e Casso e Vajont, e tanti altri Sindaci delle due Regioni presenti.

Siamo qui a rendere memoria di persone.

Le persone che hanno abitato queste vallate.

Quelle che sono morte il 9 ottobre 1963.

Quelle che sono sopravvissute.

Quelle che hanno dovuto lasciare le loro case e quelle che hanno lottato strenuamente per ricostruirle, per rimanervi.

Storie di luoghi che non ci sono più, storie di luoghi che la tenacia degli abitanti ha voluto far rivivere dopo la tragedia.

Insieme con Longarone, Pirago, Maè, Villanova e Rivalta, Frasèin, Col delle Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè, Erto e Casso.

Oggi ci troviamo in un Parco, quello delle Dolomiti Friulane che, nella bellezza di questi luoghi, doverosamente, dedica percorsi alla memoria.

Siamo di fronte a due quadri: quello delle Prealpi Carniche. E la diga, creazione artificiale.

Entrambi, oggi, silenti monumenti alle vittime, a quelle inumate nei cimiteri, a quelle sepolte per sempre nei greti dei torrenti, sulle pendici: donne, uomini, bambini.

Quasi cinquecento bambini.

Immenso sacrario a cielo aperto che si accompagna al Cimitero di Fortogna, mausoleo nazionale, dove è stato significativo, poc’anzi, vedere 487 bambini in ricordo di quelli morti allora.

Riflettiamo: la frana, la sparizione, nel nulla, di un ambiente, di un territorio, di tante persone.

La cancellazione della vita.

Sono tormenti che, tuttora – sessant’anni dopo – turbano e interrogano le coscienze.

Il generale Giampaolo Agosto, allora giovane ufficiale del 6° Reggimento artiglieria da montagna, intervenuto con gli uomini al suo comando, nelle ore immediatamente successive alla tragedia, ha ricordato, in queste settimane, che i suoi soldati, di fronte a tanto orrore, avevano gli occhi fissi nel vuoto.

Vogliamo, oggi, sforzarci di immaginare di specchiarci anzitutto negli occhi di coloro che non ci sono più; che, quando giunsero gli alpini, non c’erano più.

Negli occhi dei soccorritori.

Negli sguardi severi dei sopravvissuti.

Negli occhi di chi oggi è, qui, depositario di questi territori. Per poter dire che la Repubblica non ha dimenticato.

Per poter dire che – come ha esortato il Presidente Zaia poc’anzi – riuscire ad assicurare condizioni di sicurezza e garanzia di giustizia – come richiede il buon governo – rimane obiettivo attuale e doveroso nella nostra società. Perché occuparsi dell’ambiente, rispettarlo, è garanzia di vita.

Per non capitolare a quello che il Presidente Fedriga ha chiamato “desiderio cieco dell’uomo di piegare a proprio piacimento la natura per guadagnarne il massimo profitto”.

A un intervento dell’uomo che si traduce in prevaricazione, corrisponde la violenza della natura.

Quella violenza che la sapienza delle popolazioni locali, in antica intimità con l’ambiente, sa temere e da cui cerca riparo, sapendo come va rispettata la natura.

Il disastro del Vajont, come sappiamo – e come è stato ricordato – venne paragonato a quello determinato dallo spostamento d’aria derivante dall’esplosione di un ordigno nucleare.

Le Nazioni Unite hanno classificato questo evento come uno dei più gravi disastri ambientali della storia che sia stato provocato dall’uomo.

Per questa ragione, il 9 ottobre, è stato indicato dal Parlamento “Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’uomo”.

La tragedia che qui si è consumata reca il peso di gravi responsabilità umane, di scelte gravi che venivano denunziate, da parte di persone attente, anche prima che avvenisse il disastro.

Assicurare una cornice di sicurezza alla nostra comunità significa saper apprendere la lezione dei fatti e saper fare passi avanti.

L’interazione dell’uomo con la natura è parte dell’evoluzione della natura stessa.

Perché l’uomo fa parte della natura, ma non deve diventarne nemico.

Non si tratta di un tema di esclusivo carattere ecologico.

Ce lo ha ricordato, pochi giorni addietro, anche Papa Francesco nella sua recentissima esortazione.

Si tratta di saper porre attenzione e saper governare, con lungimiranza, gli squilibri che interpellano, mettendo in discussione, l’umanità e i suoi destini.

Sui luoghi della tragedia, il giorno dopo svettava, solitario, a Pirago, il campanile della Chiesa di San Tomaso apostolo.

Il tempo non diluisce il dolore, ma quel campanile, oggi restaurato, appare, nella sua solitudine, quasi simbolo della resilienza di questo territorio e della sua gente.

Gente di paesi che, come poc’anzi, al cimitero di Fortogna, ricordava il Sindaco Padrin, ha voluto tornare alla vita.

Di chi – insieme allo strazio della perdita dei propri cari, della propria casa, dei propri averi – si è trovato di fronte a una scelta angosciante: andarsene o “resistere”.

Esperienze che ritroviamo nei dialoghi di un sopravvissuto di Erto, Mauro Corona, nel suo “Quelli del dopo”.

Quel che li ha guidati – e che deve muovere anche noi – è l’ansia di riconciliarci con il mondo che ci ospita, con la natura e l’ambiente in cui siamo immersi.

Perché i disastri cambiano i luoghi ma il futuro delle popolazioni dipende anche dalla resistenza di coloro che, come i valligiani di questi luoghi, non si sono arresi.

Un altro impegno si avverte, irrinunziabile. Quello della memoria che i cittadini di questi Comuni continuano a coltivare e che tutti avvertiamo come compito della Repubblica.

Anche per questo motivo ritengo che sia non soltanto opportuno ma doveroso che la documentazione del processo celebrato a suo tempo sulle responsabilità rimanga in questo territorio.

Quella documentazione era stata, necessariamente, raccolta nei luoghi del giudizio penale perché aveva allora una finalità giudiziaria. Conclusi, da tanti anni, i processi, oggi riveste una finalità di memoria. Appunto per questo, è stata inserita dall’UNESCO nel suo registro della memoria.

E quel che attiene alla memoria deve essere conservato vicino a dove la tragedia si è consumata.

Per rendere onore alle vittime del Vajont e per riceverne un ammonimento per evitare nuove tragedie.

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