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Tra Raffaello e Michelangelo, in castello la prima retrospettiva su Giovanni da Udine 'Furlano'

La città tributa al suo illustre concittadino un nuovo e importante riconoscimento. L'esposizione si potrà visitare dal 12 giugno al 12 settembre

Raffaello lo volle al suo fianco nella Loggia di Psiche alla Farnesina e nell’impresa delle Logge vaticane, Michelangelo lo teneva in alto conto, Clemente VII si affidò a lui per delicati interventi di restauro e decorazione sia a Roma che a Firenze.

Giovanni Ricamatore, o meglio, Giovanni da Udine “Furlano”, come si firmò all’interno della Domus Aurea, riuniva in sé l’arte della pittura, del disegno, dell’architettura, dello stucco e del restauro. Il tutto a livelli di grande eccellenza. 

A Roma, dove era stato uno dei più fidati collaboratori di Raffaello, rimase anche dopo la scomparsa dell’Urbinate. Conquistandosi, per la sua abilità, dapprima il titolo di Cavaliere di San Pietro e quindi una congrua pensione da pagarsi sull’ufficio del Piombo.

Intorno alla metà degli anni trenta del ‘500, Giovanni decise di abbandonare la città che gli aveva garantito fama e onori e rientrare nella sua Udine con il proposito di “non toccar più pennelli”. 

Preceduto dalla fama conquistata a Roma, una volta tornato in Friuli si trovò pressato dalle committenze e non seppe mantenere fede al suo “autopensionamento”. Tra le realizzazioni di maggiore importanza vanno annoverate la decorazione di due camerini in Palazzo Grimani a Venezia e l’esecuzione di un lungo fregio a stucco e ad affresco nel castello di Spilimbergo.

Inoltre sarà proprio salendo la monumentale scalinata a doppia rampa progetta da Giovanni, stavolta in veste d’architetto, che il pubblico potrà accedere alla magnifica Sala del Parlamento che dal 12 giugno al 12 settembre 2021 accoglie la prima retrospettiva che mai sia stata a lui dedicata.

“Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487 - 1561)”, promossa dal Comune di Udine – Servizio Integrato Musei e Biblioteche, è a cura di Liliana Cargnelutti e Caterina Furlan, affiancate da un autorevole Comitato scientifico.

Per la prima volta in questa mostra viene riunito un cospicuo numero di raffinati disegni che, provenienti da diversi musei europei e da una collezione privata americana, confermano la sua proverbiale abilità nella rappresentazione del mondo animalistico-vegetale e soprattutto di uccelli. 

Ciascuno degli ambiti della poliedrica attività di Giovanni da Udine è indagato in mostra attraverso stucchi, incisioni, documenti, lettere, libri e altri materiali. 

Inoltre le spettacolari sezioni dedicate alle stampe e ai disegni di architettura consentono di visualizzare i principali luoghi e ambienti in cui l’artista ha operato: dalla Farnesina alle Logge vaticane, da Villa Madama alla Sacrestia nuova di San Lorenzo a Firenze. 

Il contesto storico e culturale del tempo viene ricostruito in mostra attraverso libri, documenti e filmati.

Una sezione speciale ripropone al Castello di Udine la mostra documentaria dal titolo “Loggia di Amore Psiche. Raffaello e Giovanni da Udine. I colori della prosperità. Frutti del vecchio e nuovo mondo”, a cura di Antonio Sgamellotti e Giulia Caneva, realizzata nell’aprile 2017 alla Farnesina, dedicata ai festoni realizzati nella loggia di Psiche da Giovanni da Udine. 

Concluso il percorso espositivo, il visitatore potrà ammirare dal vivo le opere architettoniche, gli affreschi e gli stucchi realizzati da Giovanni da Udine e dai suoi collaboratori nel Castello di Colloredo di Montalbano, a Spilimbergo, a San Daniele del Friuli e a Udine. Per chi voglia spingersi fuori dal Friuli, l’itinerario ideale trova il suo completamento a Venezia, per una visita a Palazzo Grimani, e naturalmente a Roma, che fa tesoro delle sue opere più celebri.

Entusiasta dell'esposizione il primo cittadino di Udine, Pietro Fontanini: "È grazie a Giovanni da Udine e alle sue opere, di cui ricordiamo, solo per fare alcuni esempi, la scalinata del Castello – recentemente restaurata, assieme alla facciata di questo monumentale edificio, nell’ambito di un rinnovato mecenatismo su iniziativa dell’ingegner Gianpietro Benedetti, presidente della Danieli –, la fontana di piazza San Giacomo e la torre dell’Orologio di piazza Libertà, se Udine vanta uno dei centri storici più belli ed eleganti a livello nazionale e internazionale ed è capace di attirare visitatori da tutta Europa. Dopo l’intitolazione del Teatro e lo scoprimento della lastra commemorativa sulla facciata della sua casa natale, Udine tributa al suo illustre concittadino un nuovo e importante riconoscimento, questa straordinaria esposizione, che è anche la prima a lui dedicata".

Visite

Covid19: per la sicurezza dei visitatori e degli operatori, gli ingressi al Museo sono contingentati e scaglionati ogni 30 minuti.

Il sabato e la domenica è obbligatoria la prenotazione con almeno un giorno di anticipo, negli altri giorni è consigliata.

- prenotazione telefonica: +39 0432 1272591

Orari del Castello di Udine

- da martedì a domenica dalle 10:00 alle 18:00

- chiuso il lunedì

Gli orari di apertura potrebbero subire delle variazioni. Si raccomanda di verificare sempre al link: http://www.civicimuseiudine.it/it/visita/orari-tickets

 

Sezioni della mostra

 

Salone del Parlamento

I. Le stampe

La fortuna di Giovanni da Udine attraverso l’incisione è legata a quella di Raffaello, come dimostrano le stampe tratte dalle sue invenzioni, in particolare quelle delle Logge vaticane.

Se l’attenzione degli incisori si è concentrata dapprima sulle storie bibliche, in seguito il loro interesse si è esteso agli stucchi, al basamento e agli ornati.

L‘impresa più famosa resta quella dell’incisore Giovanni Ottaviani (1735-1808 c.) al tempo di Clemente XIII (morto nel 1769). Coadiuvato dall’architetto Pietro Camporesi e dal pittore Gaetano Savorelli, nel 1772 egli pubblicò i quattordici pilastri interni delle logge, lo spaccato longitudinale delle stesse e le due porte di accesso. La serie era preceduta da un frontespizio con la veduta in prospettiva del loggiato, disegnata da Camporesi e incisa da Giovanni Volpato (1732/1735-1803).

Nel 1776 fu pubblicata la Seconda parte delle logge, comprendente una sola scena biblica per campata, accompagnata dalla lunetta sottostante con i festoni vegetali. Gli episodi della Bibbia e le lunette furono tradotti a stampa rispettivamente da Volpato e da Ottaviani.

Sono qui inoltre esposte anche due incisioni cinquecentesche: la prima, spettante a Marcantonio Raimondi (1470/1480-1527/1534), documenta una prima versione della celebre pala di Raffaello con l’Estasi di santa Cecilia (Bologna, Pinacoteca Nazionale) successivamente modificata nella parte riguardante gli strumenti musicali, che secondo Vasari sarebbero stati dipinti da Giovanni da Udine; la seconda, di mano di Agostino De Musi (1490 c.-1540 c.), detto Agostino Veneziano, raffigura un pannello ornamentale nel quale i motivi decorativi ispirati alle Logge sono distribuiti secondo un principio di simmetria tipico delle candelabre.

 

II. I dipinti

Sebbene Giovanni da Udine fosse solito definirsi pittore, non esiste a tutt’oggi nessun dipinto da cavalletto che possa essergli riferito con sicurezza. Tra quelli più spesso accostati al suo nome vi è la paletta dell’Accademia Carrara di Bergamo, esposta in questa sala, raffigurante la Madonna con il Bambino in trono adorata dai santi Benedetto, Giustina e da alcuni monaci benedettini. Per quanto accompagnata da un’iscrizione che indica il suo autore in un artista udinese rispondente al nome di Giovani Nanni, la data 1517 e soprattutto lo stile, riconducibile all’ambito veneto-padovano, la rendono incompatibile con le esperienze maturate dal Ricamatore a Roma in quello stesso periodo.

Anche il presunto intervento dell’artista nel dipinto della Galleria Borghese, attribuito in tempi relativamente recenti a Perino del Vaga (1501-1547) con il quale Giovanni collaborò in diverse imprese vaticane, non sembra trovare riscontro nella minuziosità con cui sono resi il canestro di frutti e il volatile (un gruccione) disposti sul davanzale prospettico in primo piano.

Per quanto riguarda la pala realizzata a partire dal 1553 da Giovanni Battista Grassi (1525 c.-1578) per la pieve di San Lorenzo in Monte a Buja, la presenza in mostra del suo scomparto centrale si giustifica non solo perché l’opera fu stimata proprio da Giovanni da Udine nel 1559, ma anche e soprattutto perché tra gli astanti compare un personaggio che mostra inequivocabilmente le sembianze dell’artista, coincidenti con il “ritratto” pubblicato qualche anno più tardi da Vasari.

Alle varie rappresentazioni di Giovanni da Udine e alla sua fortuna critica è dedicata la selezione di volumi posti accanto ai documenti nelle bacheche.

 

III. I documenti

Giovanni da Udine registra a partire dal 1524, a Roma, spese e compensi per i suoi lavori insieme con note familiari e di gestione del patrimonio in un primo Libro dei conti (1524-1542) che continua in un secondo Libro (1542-1560). Un libretto di quietanze (Libretto di riceveri a credito Raccamador, 1557-1560) riporta i versamenti effettuati dall’artista per sussidi o livelli verso enti pubblici ed ecclesiastici.

I Libri dei conti, scoperti da Fabio di Maniago, salvati e riproposti dopo la prima guerra mondiale, costituiscono una fonte primaria per la ricostruzione della biografia di Giovanni da Udine e per la storia della sua famiglia. Un momento importante nella vita di Giovanni è, dopo la scelta di ritornare a Udine, la volontà di costruirsi una sua famiglia. Nel 1535 sposa Costanza de Beccariis, appartenente a una famiglia di origine cadorina, legata alla piccola e media borghesia udinese, che porta in dote 100 ducati.

 Anni prima Giovanni aveva redatto nel 1528 un testamento a favore della sorella Caterina e delle sue figlie. Nel 1555 ne stende un secondo. In esso nomina usufruttuaria dei suoi beni la moglie Costanza, eredi universali i figli maschi tranne Raffaello per le sue «pazzie» e garantisce la dote alle figlie. Nel 1560 viene da lui steso un terzo testamento, di cui è andato smarrito l’originale, che sostanzialmente riconferma nelle linee guida le volontà espresse nel secondo.

Nel 1552 viene nominato dal Consiglio udinese all’unanimità “proto e architetto” di tutte le opere pubbliche della città, iniziate o da farsi, con particolare attenzione al problema dell’afflusso dell’acqua nelle fontane pubbliche di piazza Mercatonuovo e piazza Contarena.

 

Sala XIII

I. I disegni

Vasari (Le vite, Firenze 1568) ricorda che, una volta giunto a Roma, Giovanni da Udine, oltre a saper contraffare benissimo «tutte le cose naturali», si dilettò «sommamente di fare uccelli di tutte le sorti, di maniera che in poco tempo ne condusse un libro tanto vario e bello, che egli era lo spasso ed il trastullo di Raffaello». Sebbene questo libro sia andato perduto, diversi studiosi ritengono che esso comprendesse disegni simili al Parrocchetto dal collare di Stoccolma (Nationalmuseum) e alle Due cinciallegre di Firenze (Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe). Tali esemplari (riprodotti in facsimle) dialogano in mostra con il Ramarro di collezione privata americana e il Pipistrello di Firenze (Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe). Da Londra (Courtauld Gallery) provengono invece tre fogli con diversi tipi di animali esemplificativi di una categoria intermedia tra i disegni ad acquarello e quelli a pura penna.

In vista della realizzazione dei festoni della Farnesina l’artista dovette eseguire anche numerosi studi aventi attinenza con il mondo vegetale. Un caso a sé è costituito dalle Nocciole di Brno (Moravská Galerie), la cui attribuzione all’artista è generalmente accolta dalla critica per la delicatezza del tratto e l’abilità con cui esse sono fatte emergere dal fondo dove, prima di essere acquarellate, sono state delineate a pietra nera.

Giovanni da Udine ha eseguito anche diversi disegni a penna e studi di architettura, come per esempio quello relativo al campanile di San Daniele del Friuli risalente al 1557-1558 (San Daniele del Friuli, Museo del Territorio).

II. La Farnesina

La villa Farnesina, oggi sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei a Roma, fu costruita nel primo decennio del Cinquecento su progetto dell’architetto senese Baldassarre Peruzzi (1481-1536) per conto del ricco banchiere Agostino Chigi, anch’egli originario di Siena. Abbellita da opere dello stesso Peruzzi, di Sebastiano del Piombo, del Sodoma e di Raffaello, autore della celeberrima Galatea affrescata nell’omonima sala (originariamente aperta verso il Tevere), essa era caratterizzata da un ampio loggiato prospiciente il giardino, il cui soffitto nel 1517-1518 fu decorato dall’équipe raffaellesca con storie illustranti il mito di Amore e Psiche, ispirate all’Asino d’oro di Apuleio.

Gli affreschi furono restaurati nel 1693-1694 dal pittore Carlo Maratti (1625-1713) per iniziativa del duca di Parma Ranuccio Farnese. Una parte del merito della loro salvaguardia e valorizzazione va al critico e letterato Pietro Bellori (1613-1696), autore di una Descrizzione delle imagini dipinte da Rafaelle d’Urbino [...], edita in Roma nel 1695 con l’aggiunta di una descrizione-commento della Favola di Amore e Psiche dipinta da Raffaele d’Urbino nella Loggia della Farnesina alla Lungara. Il testo avrebbe dovuto accompagnare una serie di incisioni di Nicolas Dorigny (1658-1746) apparsa invece nello stesso anno di avvio dei restauri. La precisione di queste incisioni, quattro delle quali esposte in questa sala, è tale che una di esse è stata utilizzata per ricostruire, in occasione del restauro condotto alla fine del secolo scorso, un tratto lacunoso del Convito. Le stampe di Dorigny riscossero grande successo tanto che persino Wolfgang Goethe ne possedeva una serie colorata all’acquarello.

 

Sala XII

I. I “luoghi” di Giovanni da Udine

I fogli esposti in questa sala illustrano i principali luoghi in cui Giovanni da Udine intervenne in qualità di decoratore durante la sua permanenza a Roma e in occasione delle sue trasferte di lavoro a Firenze e a Venezia.

Le trasformazioni in corso nell’Urbe agli inizi del Cinquecento sono documentate da due disegni del fiammingo Maerten van Heemskerck (1498-1574), consistente l’uno in una veduta della piazza di San Pietro con l’antica basilica e i Palazzi Vaticani (Vienna, Albertina) cui fa da contrappunto il facsimile dell’altro (Stoccolma, Nationalmseum) che ci consente di visualizzare il transetto dell’antica basilica costantiniana di San Pietro, il cui mosaico absidale fu restaurato da Giovanni da Udine nel 1531

Un disegno anonimo della metà del Cinquecento (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale) documenta invece i prospetti orientale e settentrionale del palazzo che Giovan Battista Branconio dell’Aquila fece costruire su progetto di Raffaello a partire dal 1518 e decorare con stucchi e pitture del Nostro.

Il pezzo forte della mostra è tuttavia costituito da un disegno di Michelangelo riferibile alla decorazione della cupola della Sacrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze, cui Giovanni da Udine attese tra il 1532 e il 1534. Lo schizzo (Firenze, Casa Buonarroti), fu forse eseguito per servire da guida allo stesso Giovanni che avrebbe dovuto fornire al papa Clemente VII un disegno d’insieme.

Un’illustrazione della guida di Firenze di Ferdinando Leopoldo Del Migliore (1628-1696) e una stampa dell’incisore Marco Moro (1817-1885) documentano l’esterno di palazzo Medici a Firenze e quello di palazzo Grimani a Venezia, dove Giovanni da Udine aveva decorato due preziosi camerini.

II. Villa Madama

Raffaello fu anche un valente architetto, come dimostra, a partire dal 1514, la nomina a soprintendente alla fabbrica di San Pietro. Qualche anno più tardi papa Leone X gli affidò la progettazione di una grandiosa villa da erigersi sulle pendici di Monte Mario; inoltre nel 1518 investì del ruolo di committente ufficiale della costruzione il cugino Giulio de’ Medici.

I lavori di decorazione, avviati nell’estate del 1520, furono affidati a Giulio Romano (1499 c.-1546) e Giovanni da Udine che nel 1525 lasciò la propria firma negli stucchi bianchi dell’atrio, mentre nel corso dell’anno successivo (1526) si dedicò alla decorazione della fontana dell’Elefante.

Danneggiata durante il Sacco di Roma, la villa prese il nome di villa Madama da Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V, che nel 1536 andò in sposa ad Alessandro de’ Medici e successivamente a Ottavio Farnese, nipote di papa Paolo III. Alla sua morte (1586) passò in eredità alla famiglia Farnese e successivamente al re di Napoli Carlo di Borbone (1731). Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1941 fu donata allo Stato italiano da Dorothy Cadwell Taylor (moglie del conte Carlo Dentice di Frasso) e attualmente è sede di rappresentanza del Ministero degli Affari Esteri.

Le quattro vedute di Giovanni Volpato (1732/1735-1803), databili agli anni Ottanta del Settecento, offrono una versione idealizzata della villa, come risulta dalla Seconda Veduta che, presentando un numero di campate superiori a quelle esistenti, deve ritenersi frutto di fantasia. Anche lo stato di conservazione della decorazione non sembra corrispondere alla realtà, come dimostra la presenza di statue nelle nicchie e il fatto che i pilastri interni presentino ancora una vivace cromia.

 

III. Le lettere

Le quattro lettere esposte in questo sala, spettanti rispettivamente al cardinale Giulio de’ Medici (Forlì, Biblioteca Aurelio Saffi) e a Giovanni da Udine (Firenze, Casa Buonarroti), si riferiscono a tre diverse imprese. Le prime due, indirizzate dal prelato al vescovo di Aquino Mario Maffei, sovrintendente di Giulio de' Medici per il cantiere di villa Madama, hanno attinenza con la costruzione e le decorazioni dell’edificio. Le rimanenti due, del Ricamatore, hanno come destinatario Michelangelo e si riferiscono, la prima, alla perduta decorazione di alcuni ambienti di palazzo Medici a Firenze; la seconda a quella della cupola della Sacrestia Nuova di San Lorenzo, parimenti perduta.

Le lettere di Giulio de’ Medici, datate 4 e 17 giugno 1520, ci informano che i «duo cervelli fantastichi» coinvolti nella decorazione di villa Madama, ossia Giulio Romano (1499 c.- 1546) e Giovanni da Udine, si trovavano in disaccordo sulla suddivisione dei compiti. Inoltre offrono interessanti ragguagli sui gusti del cardinale, che raccomandava al suo corrispondente di scegliere soggetti profani e di facile comprensione. Per quanto concerne la corrispondenza di Giovanni da Udine con Michelangelo, nella prima missiva del 27 aprile 1522 il Nostro, oltre a informare il Buonarroti sul buon esito del viaggio di rientro in Patria dopo i lavori in palazzo Medici, lo rende partecipe dell’ammirazione di cui era oggetto da parte del cardinale Domenico Grimani; nella seconda, risalente al 25 dicembre 1531, gli chiede informazioni circa le misure e il tipo di decorazione da realizzare nella cupola della Sacrestia Nuova. In quest’ultima troviamo anche un accenno al traumatico Sacco di Roma, cheegli aveva vissuto in prima persona.

Breve biografia di Giovanni da Udine

Nascita, prima formazione e trasferimento a Roma

Giovanni Ricamatore, meglio noto come Giovanni da Udine, nasce il 27 ottobre 1487: è l’artista stesso a precisarlo in uno dei suoi libri di conti, contraddicendo Vasari, secondo cui sarebbe nato nel 1497. Il nonno paterno, morto nel 1457, era dedito al ricamo e alla tintura dei panni, mentre il padre Francesco alternava l’attività di sarto, o più verosimilmente di tintore, a quella di ispettore sanitario del Comune.

La sua formazione avviene nell’ambito della bottega di Giovanni Martini, che insieme con Pellegrino da San Daniele era uno dei principali artisti attivi in Friuli.

Non è certo che egli abbia frequentato a Venezia l’atelier di Giorgione, come vorrebbe Vasari, mentre il suo trasferimento a Roma si può collocare ragionevolmente intorno al 1514/15.

Pesca miracolosa

Sebbene lo storiografo aretino attribuisca a Giovanni il gruppo di strumenti musicali nella parte inferiore del celeberrimo dipinto di Raffaello con l’Estasi di santa Cecilia, la prima prova certa della presenza operativa dell’artista all’interno della bottega del Sanzio è offerta dal cartone con la Pesca miracolosa, preparatorio per uno dei dieci arazzi destinati a decorare il basamento della cappella Sistina realizzati su disegno di Raffaello e dei suoi collaboratori tra il 1514 e il 1516.

Capacità di “contraffazione” delle cose naturali

A tale data Giovanni da Udine aveva circa ventisette/ventotto anni e dunque era una artista ormai formato, in grado di mettere a disposizione del Sanzio la sua abilità nel disegno che gli permetteva – stando ancora a Vasari – di contraffare benissimo tutte le cose naturali: strumenti musicali, vasi, paesi, casamenti, verdure e soprattutto uccelli, tanto che in breve tempo avrebbe messo insieme un libro tanto vario e bello che era “lo spasso e il trastullo di Raffaello”.

La riscoperta delle “grottesche” e dello stucco bianco all’antica

In realtà il suo merito maggiore è consistito da un lato nel contributo offerto alla messa a punto di un nuovo linguaggio decorativo basato sulla ripresa e reinterpretazione dei motivi a grottesche riscoperti in occasione delle ripetute visite alla Domus aurea, la grandiosa residenza che l’imperatore Nerone si era fatto costruire sulle pendici dell’Esquilino; dall’altro nella riscoperta della ricetta dello stucco bianco all’antica, di cui egli stesso ebbe modo di vantarsi in una supplica presentata ai Deputati della città di Udine nel 1534.

Stufetta e Loggetta del cardinal Bibbiena

La più precoce testimonianza dell’utilizzo di questo nuovo sistema decorativo è offerto dall’appartamento del cardinal Bibbiena in Vaticano, di cui oggi sussistono unicamente la cosiddetta “stufetta”, ossia una specie di calidarium simile a quello in uso nelle terme romane, e una loggetta ispirata in gran parte al criptoportico della Domus aurea, dove il Ricamatore ha inciso a graffito il proprio nome, rivendicando orgogliosamente la sua origine friulana: “ZVAN DA VDENE FVRLANO”.

Logge vaticane

Lo stucco bianco invece ebbe il suo principale campo di applicazione nelle Logge vaticane (ultimate nel 1519). Ispirati tanto a modelli antichi quanto ad aspetti della vita contemporanea, gli stucchi delle Logge – spettanti in gran parte a Giovanni da Udine – si integrano e convivono con i motivi decorativi a grottesche e con un’infinità di soggetti ripresi dal mondo animalistico e vegetale che fanno da contrappunto alle storie sacre affrescate nelle volte delle tredici campate in cui è suddiviso il lungo ambiente, configurandosi come una sorta di enciclopedia per immagini.

Farnesina

Ancora prima che nelle Logge vaticane, Giovanni da Udine ebbe modo di dimostrare le sue competenze di “naturalista” nei festoni della Loggia di Psiche alla Farnesina, decorata su commissione del banchiere senese Agostino Chigi tra il 1517 e il 1518. Come accertato dagli studiosi, vi sono rappresentate circa 160 specie vegetali, diverse delle quali di recente importazione dal nuovo mondo. Sebbene ciò implichi delle conoscenze botaniche molto approfondite, sarebbe ingiusto limitare a questo aspetto l’interesse dei festoni eseguiti da Giovanni da Udine, ricolmi non solo di fiori, frutti, ma anche di cereali, legumi, ortaggi ecc., allusivi al tema del matrimonio e della fertilità, come dimostra il famoso “scherzo” descritto con abbondanza di particolari da Vasari.

Villa Madama

Dopo la morte di Raffaello l’ultima grande impresa realizzata dal Ricamatore a Roma in collaborazione – ma forse sarebbe più esatto dire in grande disaccordo – con Giulio Romano è la decorazione di villa Madama, la grandiosa dimora che il Sanzio aveva progettato su incarico di papa Leone X e del nipote Giulio de’ Medici, divenuto a sua volta papa nel 1523 con il nome di Clemente VII. I lavori, eseguiti a più riprese si conclusero nel 1525, con l’esecuzione da parte di Giovanni da Udine dei raffinatissimi stucchi bianchi dell’atrio, mentre all’anno successivo risale la decorazione della fontana dell’Elefante, dedicata al ricordo dell’elefante Annone che costituì una delle principali attrazioni della corte pontificia al tempo di Leone X.

Rapporti con Michelangelo

Nei primi anni Venti del Cinquecento il Ricamatore entra in contatto con uno dei grandi “luminari” del secolo, ossia Michelangelo, presumibilmente conosciuto in occasione del suo trasferimento a Firenze per la decorazione a stucco di alcuni ambienti di palazzo Medici di via Larga. Purtroppo questi stucchi son andai perduti, insieme con quelli che l’artista eseguirà più tardi nella cupola della Sacrestia Nuova.

A testimonianza dei rapporti intercorsi restano due lettere di Giovanni da Udine, conservate oggi a Firenze in Casa Buonarroti: la prima, datata il 27 aprile 1522, oltre a informare Michelangelo sul buon esito del suo viaggio di rientro in Patria, lo rende partecipe dell’ammirazione di cui egli era oggetto da parte del cardinale Domenico Grimani; la seconda, risalente al 25 dicembre 1531 contiene la richiesta di una serie di informazioni in merito al tipo di decorazione che Michelangelo avrebbe desiderato per la cupola delle tombe medicee. In quest’ultima missiva troviamo anche uno dei pochi accenni al Sacco di Roma, che fu vissuto dall’artista in prima persona, ma che sembra essere stato quasi completamente rimosso dalla sua memoria. Riferendosi al fatto che nei “frangenti di Roma” erano morti quasi tutti i suoi lavoranti, egli chiedeva la Buonarroti di pensare a un’opera semplice, in sintonia con la sua professione, che era quella di pittore e non di scultore.

Tra il Friuli e Venezia

Dopo il suo definitivo rientro in Friuli, Giovanni da Udine, pago della fama raggiunta, si dedicherà a incombenze minori, ancorché di un certo prestigio, come quelle derivanti dalla carica di proto e architetto pubblico, affidatagli nel 1552, mentre qualche anno prima (1547) era stato incaricato di dotare di una scala esterna la facciata posteriore del Castello di Udine.

Una delle rare eccezioni è costituita dalla decorazione di due ambienti di palazzo Grimani a Venezia, realizzata tra il 1537 e il 1540 su commissione del futuro patriarca d’Aquileia Giovanni Grimani, che all’epoca rivestiva la carica d vescovo di Ceneda.

Per quanto riguarda il Friuli, la sola opera superstite, interamente autografa, è costituita dal fregio del Castello di Spilimbergo probabilmente eseguito nel corso degli anni Venti. Esso consta di tre coppie di putti alati che reggono dei festoni al di sopra dei quali campeggiano medaglioni in stucco raffiguranti, oltre a Diana cacciatrice, i ritratti del conte Giacomo I e della moglie Aloisia.

Per l’ultima volta a Roma

L’artista, assentatosi dal Friuli nel corso del 1560, muore a Roma nell’agosto dell’anno successivo, mentre era impegnato nella decorazione delle Logge di Pio IV. A detta di Vasari, fu sepolto al Pantheon, vicino a Raffaello, “per non star morto diviso da colui, dal quale vivendo non si separò il suo animo giammai”.

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