Crack Coopca, «Regione e Banca d’Italia dovevano intervenire prima del concordato»

Sono state pronunciate in Tribunale a Udine le arringhe dei primi cinque difensori
Hubert Londero
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Spettava alla Banca d’Italia e soprattutto alla Regione Friuli-Venezia Giulia l’obbligo d’intervenire durante la crisi di Coopca. E, invece, lo fecero a livello normativo solo dopo il concordato. E’ la tesi dell’avvocato Giuseppe Campeis, il primo a esporre l’arringa difensiva nel processo per il crack della Cooperativa Carnica di Consumo a carico dei suoi vertici davanti al Tribunale collegiale di Udine, presieduto da Paolo Milocco. 

“Non sono state considerate – ha spiegato il difensore tra gli altri dell’ex presidente del Cda Ermanno Collinassi – le specificità delle coop, che hanno una disciplina propria sia per le regole di funzionamento, sia per quelle per il prestito sociale, sia per le competenze anche in materia di procedure concorsuali dell’autorità di vigilanza”, conclude. Per Campeis, il legislatore nazionale, la Banca d’Italia e soprattutto l’autorità regionale avevano il compito di intervenire prima del concordato, per esempio con il commissariamento o con la liquidazione coatta della società insolvente. 

Anche Luca Ponti, difensore dell’ex direttore generale Mauro Veritti, ha puntato sulle specificità delle cooperative, sostenendo inoltre che le azioni intraprese dalla Coopca, come la costituzione della controllata Immobilcoopca o i premi fedeltà, ritenuti dall’accusa un’illecita ripartizione di dividendi, erano lecite con una propria logica coerente con il governo della crisi, oltre a essere tra le poche consentite a un soggetto con fini mutualistici. 

Dal canto loro, gli avvocati Filippo Capomacchia e Marino Ferro, difensori dei componenti del collegio dei sindaci accusati di reati omissivi, hanno affermato che il collegio, non incaricato del controllo contabile, fece la sua attività di vigilanza, anche intensificandola quando emersero i problemi d’insolvenza nel 2014, e che non appena ci furono i presupposti chiese la revisione straordinaria dei conti. E proprio perché l’insolvenza si palesò nel 2014, l’avvocato Enrico Bulfone ha chiesto l’assoluzione per Silvio Moro, consigliere fino al 2012. 

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