Quando c’era la Guerra Fredda, la storia del cimitero tagliato in due

A Miren-Merna, piccolo paese a pochi passi dal confine italo sloveno e da Gorizia, c'è il piccolo Camposanto che durante la Cortina di ferro fu letteralmente diviso da un filo spinato
Ivan Bianchi

È l’argomento che in questi giorni ha tenuto banco nell’opinone pubblica: il confine, il muro, tra Italia e Slovenia, per prevenire passaggi illegali e per cercare di fermare il flusso della Rotta Balcanica. Ma per gli abitanti del Goriziano parlare di muro significa ritornare con la mente a quello che è il piccolo cimitero di Miren, Merna.

Era il settembre del 1947 e il piccolo paese si trovava esattamente su quello che poi divenne il confine vero e proprio. Sulle mappe un piccolo rettangolo, nei cuori della gente il camposanto dove riposavano parenti e amici. Furono i soldati americani a porre i cippi e il filo spinato, dividendo, a volte, anche le stesse tombe. Una parte di esse finì sotto l’Italia, l’altra sotto la Jugoslavia. E per andare a trovare i propri cari bisognava, se si abitava in territorio italiano, dotarsi della famosa Propustnica e con quella attraversare dapprima il confine e poi i cinquanta metri per raggiungere il cimitero. Passarono gli anni e solo nel 1975 il Trattato di Osimo fece spostare il confine in modo da portare tutto il cimitero sotto la sovranità jugoslava.

‘Spomni se name’, racconta oggi una linea in mattonelle rosse che segue il tracciato originario del 1947. ‘Ricordati di me’, un monito come lo è la presenza di un piccolo museo all’ingresso del cimitero. Mattonelle che rispettano la presenza delle tombe, ma che ricordano il passaggio inesorabile di quel confine. Così come la scritta d’ingresso: “a coloro i quali soffrirono a causa del confine, a tutti quelli a cui questo funse da impedimento nel visitare le tombe, a quelli a cui il confine rappresentò la strada verso lo sconosciuto e a tutte le persone che nell’oltrepassare o nel proteggere il confine persero la speranza, la libertà o addirittura la vita”.

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