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Studio dell'ateneo di Trieste su riconoscimento di resti umani trovati nelle foibe slovene

Analisi del Dna su resti scheletrici rinvenuti in una foiba slovena risalenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le moderne tecnologie consentendo l’identificazione dei resti umani un tempo assolutamente impensabile

Su incarico del Governo Sloveno, attraverso un’indagine che è durata dal 2005 al 2009, la Commission on Concealed Mass Graves (Commissione sulle fosse comuni segrete) ha censito in Slovenia ben 581 fosse comuni contenenti i resti di circa 100.000 persone giustiziate sommariamente nel corso della II^ Guerra Mondiale, o al termine di essa.

Inoltre, con il supporto finanziario della Slovenian Research Agency, a partire dal 2007 è iniziata anche l’opera di identificazione di tali resti. A questo scopo, viene eseguita l’analisi del DNA ricavabile dai resti scheletrici, DNA che viene poi confrontato con quello di consanguinei (figli, nipoti, etc.) delle persone scomparse all’epoca.

Tale attività, coordinata dalla dott.ssa Irena Zupanič Pajnič (Istituto di Medicina Legale di Lubiana), ha dovuto imbattersi in vari problemi di natura tecnica, primo tra tutti l’alto livello di degradazione del DNA che è estraibile da ossa che datano circa 75 anni. Va precisato, infatti, che un lato livello di degradazione del DNA si traduce –di fatto- in un risultato inconclusivo (cioè non dirimente).

Per risolvere questo problema, più recentemente è stata avviata una ricerca che ha coinvolto l’Università di Trieste e che aveva lo scopo di verificare l’utilizzo di metodiche di next-generation.

In questa ricerca, sono state analizzati 57 campioni di DNA estratti da altrettanti femori di soggetti rinvenuti nella fossa Konfin I, ubicata nel Comune di Loški Potok (Bassa Carniola), vicino all’attuale confine con la Croazia, che conteneva i resti di soldati sloveni, croati e serbi. In particolare, l’attività si è concentrata su 15 campioni che - proprio a causa della degradazione del DNA - non avevano fornito nessun utile risultato con le metodiche standard.

In linea con le aspettative, utilizzando metodiche di next-generation, la maggior parte di questi campioni ha fornito dati genetici che hanno permesso un’identificazione certa.

Lo studio, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati su Forensic Science International Genetics (Strategy for STR typing of bones from the Second World War combining CE and NGS technology: a pilot study https://doi.org/10.1016/j.fsigen.2020.102401), è stato firmato, oltre che da Irena Zupanič Pajnič, anche da Paolo Fattorini (del Dipartimento di Medicina dell’Università di Trieste) docente triestino di medicina legale, ben noto ormai a livello nazionale per i suoi studi sul DNA delle vittime, specie di importanti cold-case, quale ad esempio quello del giallo di Via Poma.

Lo studio congiunto di Fattorini e Zupanič Pajnič dimostra, infatti, come grazie alle nuove tecnologie disponibili, sia possibile ottenere risultati fino a poco tempo fa insperabili. Inoltre, per i casi ancora oggi irrisolvibili, la next-next-generation (utilizzata attualmente per studi di paleogenetica quali quelli sul Neanderthal) potrebbe essere l’ovvia e ragionevole soluzione (finanziamenti permettendo).

Foto d'archivio (una dolina-foiba del terrotorio del comune di Nimis) 

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